giovedì 5 marzo 2015

Steven Wilson - Hand. Cannot. Erase (2015)


Un qualsiasi appassionato di Prog non potrebbe avere un pacifico e sereno rapporto con la discografia di Steven Wilson. Risultati altalenanti, tanti progetti, tanti lavori, tanto materiale che, durante il corso degli anni è andato via via a sfumarsi di quei canoni di Prog che lo stesso Wilson tanto detestava ai tempi di 'Significy'. Se non m'era piaciuta la piega metal presa dagli ultimi Porcupine Tree, tanto avevo gradito la nuova linfa vitale arrivata con 'Grace for Drowning' e il buon proseguo di 'The Raven That Refused to Sing (And Other Stories)'. Una liberazione stilistica dai canoni 'post- In Absentia' che tanto avevano avvicinato Wilson alla sua aura mistica, unendo il vecchio ascoltatore (troppo stanco per ricercare con impegno nuovo leve meno pubblicizzate) ed il nuovo ascoltatore (troppo giovane per partire dai '70s, abbastanza reattivo per comprendere che c'è qualcosa in più oltre all'ascolto radiofonico)

Più che un album, questo 'Hand. Cannot. Erase' pare una compilation dei vari progetti in cui Wilson si prodiga da anni, con risultati venali ed altri assai pretenziosi e superficiali. Se nel nuovo Steven Wilson anni '10 si era ritrovata quella genuinità, spensieratezza, libertà artistica e stilistica, senza mai dimenticare il proprio passato, ma facendosi accompagnare dallo stesso, qui invece troviamo un Steven Wilson assai più legato a tradizioni del passato. Non m'è mai piaciuto dilungarmi in spiegazioni traccia per traccia di un album, in particolar modo nel Prog, ma anche volendo fare, si potrebbe riassumere la faccenda in modo molto semplice; a primo orecchio si riconoscono le varie sonorità dei progetti di Wilson, senza neanche sforzarsi. L'album si lascia ascoltare, come sempre; una delle migliori capacità di Wilson è proprio quella di non destabilizzare ascoltatore (ed ascolto) con soluzioni che non ci aspetteremo (specialmente l'ultimo Wilson) tanto meno con forme stilistiche ed influenze che non riusciamo a primo ascolto a riconoscere in modo familiare.

In definitiva un passo falso ed un album mediocre (tenderei a preferire il termine collage) in cui solo un paio di volte (grazie alla chitarra di Guthrie Govan) si riesce a venir coinvolti in modo convincente e saziante. Per i fan sarà il nuovo capolavoro del Prog moderno, per altri l'ennesimo 'album autoriale' troppo complicato per le loro menti. Personalmente, l'ho trovato una loffa d'autore.


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